Il
procedimento legislativo verrà del tutto stravolto perché non si faranno più
leggi bicamerali, ma il senato potrà soltanto proporre modifiche per alcuni
tipi di leggi, sulle quali in ogni caso si pronunzierà definitivamente la Camera
dei deputati.
Il giudizio di costituzionalità sulle leggi
elettorali è riconosciuto a un terzo dei senatori e a un quarto dei deputati, i
quali potranno chiedere di sottoporre alla Corte Costituzionale le leggi
elettorali, addirittura prima della loro promulgazione. Questo sarà in effetti
un fatto problematico, in quanto non sono molto chiare le procedure che si
applicheranno a tale giudizio preventivo. E inoltre, a meno che una legge non
violi palesemente un dettato costituzionale, risulta assai difficile valutarne,
in astratto e prima della sua entrata in vigore, il funzionamento e i problemi
interpretativi e di attuazione che essa porrà. L’attuale sistema valuta le
leggi quando sono operative, e non precedentemente. Questa novità potrebbe
essere utilizzata in modo politico per bloccare leggi che sono invise alla
maggioranza dei deputati, che non sarà necessariamente rappresentativa della
maggioranza degli elettori, come si dirà più avanti.
Comitato Provinciale per il NO nel Referendum Costituzionale sulla legge Renzi-Boschi
mercoledì 6 aprile 2016
lunedì 4 aprile 2016
Il Senato non viene abolito viene reso una larva inutile, ma ne pagheremo ancora il costo
Verranno
nominati 100 senatori rispetto ai 315 attuali, di cui 74 saranno consiglieri
regionali, 21 saranno sindaci eletti dai consigli regionali, e 5 verranno
nominati dal Presidente della Repubblica.
Il Senato
non avrà più la stessa funzione della Camera dei Deputati, ma parteciperà
marginalmente al procedimento legislativo e dovrà limitarsi a funzionare come
organo intermedio tra lo Stato e gli enti territoriali, non avendo tuttavia
funzioni specifiche di rapporto con le politiche e le attività delle pubbliche
amministrazioni locali.
In tal
senso, il molo politico e costituzionale del senato risulta svincolato dalle
amministrazioni locali e non precisamente determinato perché, anche se
rappresenterà gli enti territoriali, svolgerà comunque funzioni politiche e
istituzionali non omogenee all’attività di tali enti.
Anche le modalità di scelta dei senatori sono
tutt’ora non chiare e indeterminate, e la loro nomina è demandata a una
successiva legge ordinaria. Non è stato chiarito neppure come verranno scelti i
21 sindaci- senatori, ed è stata introdotta la figura dei senatori di nomina
presidenziale, a tempo, con mandato di sette anni. Il che comporterà che questi
neo senatori saranno completamente dipendenti dalla presidenza della
repubblica, mentre attualmente ne sono del tutto svincolati.
La Costituzione non è Vecchia. E’ ancora Inattuata
Al di là del fatto che l’odierna Carta costituzionale non sembra
essere ancora logora e superata dal punto di vista dei principi
dell’organizzazione dello Stato e del suo ordinamento, nonché del funzionamento
delle istituzioni, va rilevato come molte parti di quella Costituzione,
contrariamente alla volontà del legislatore costituente del 48, non siano stati
concretamente attuati con coerenti atti legislativi.
Il limite attuale della costituzione è infatti rappresentato dalla
sua non completa attuazione rispetto a principi come il diritto al lavoro, il
diritto alla casa, una legislazione tributaria effettivamente progressiva, la
eliminazione delle differenze sociali e personali all’interno della società, tanto
per citare solo alcuni esempi che, una volta attuati, renderebbero sicuramente
la nostra Costituzione più completa e più adeguata alla società in cui stiamo
vivendo.
Per tale motivo si ritiene che non serva modificare alcune parti
essenziali della carta costituzionale, ma semplicemente dare ad essa piena e
completa attuazione.
giovedì 17 marzo 2016
La riforma abbatte radicalmente i costi. Falso !
Un mantra ripetuto dai sostenitori della riforma
costituzionale è che con la riduzione del numero dei senatori ci sarà un
abbattimento dei costi, dato che essi non percepiranno alcuna indennità.
1.
Quanto
costa il Senato?
Le spese per il Senato ammontano, attualmente, a
circa 540 milioni di euro. Nel 2015 questa istituzione ha gravato sul bilancio
complessivo dello Stato per una percentuale dello 0,064%, con un rapporto di 1:1.568 .
Va innanzi tutto notato che si tratta di una spesa
che è andata crescendo notevolmente nel corso delle legislature della “seconda
Repubblica”, con incrementi dovuti
soprattutto alla previdenza per gli ex senatori e alle spese (retribuzioni e
pensioni) per i dipendenti del Senato (e lo stesso è accaduto alla Camera).
Paradossalmente, man mano che si acuiva la critica antiparlamentare (fatta
propria anche dalla gran parte delle forze politiche che sedevano in Parlamento)
il Parlamento italiano costava sempre di più.
2.
Quanto
pesa la spesa per le indennità dei senatori in carica?
Dal bilancio pubblicato sul sito del Senato risulta
chiaramente che l’indennità dei senatori è solo una piccola frazione del costo
totale dell’istituzione. Attualmente, la spesa per l’indennità dei senatori
ammonta a meno del 10% del totale (circa 42 milioni di euro).
La riforma porterebbe un risparmio modesto: i nuovi
senatori continuerebbero comunque a percepire la diaria (attualmente circa 37
milioni di euro), che copre le spese di viaggio e di permanenza a Roma per
l’esercizio del mandato. Anche se queste spese ricadessero sulle
amministrazioni di appartenenza, sarebbero comunque a carico del pubblico
erario.
Inoltre, la parte più rilevante della spesa rimarrebbe
invariata: essa è infatti costituita dai costi per le pensioni degli ex senatori e ex
dipendenti (ben 233 milioni di euro), per gli immobili, i servizi e,
soprattutto, per il personale: tali costi
non verrebbero affatto eliminati con la riforma del Senato. Va anzi notato che,
tra le disposizioni finali della riforma, è inserita una norma che, allo scopo
dichiarato di rendere più efficienti le amministrazioni delle due Camere,
istituisce un ruolo unico dei dipendenti del Parlamento, di fatto costituzionalizzando questa figura di
funzionario statale col rischio, sottaciuto, di sottrarla definitivamente
alle manovre di risparmio che interessano tutti gli altri dipendenti pubblici
(spendig review, blocco del turn over e degli scatti stipendiali, tagli delle
pensioni etc.).
3. Perché non diminuire anche il
numero dei deputati?
Se la logica è quella del risparmio, ridurre solo il
numero dei senatori è un sintomo di falsa coscienza. Potrebbero allora
piuttosto essere ridotti sia i senatori sia i deputati.
Va notato che sono stati avanzati diversi progetti di riforma
che propongono di ridurre i numeri dei parlamentari delle due Camere. Tra
questi, anche un progetto avanzato dal Gruppo PD nel 2008 che prevede 400
deputati e 200 senatori, con una riduzione del rapporto attuale del numero di parlamentari
per 100mila abitanti da 1,6 a 1.
4.
I nostri parlamentari sono tanti?
Se analizziamo la graduatoria degli Stati con il maggior numero di
parlamentari per abitante, l’Italia si colloca al 22° posto su 27 Paesi. Gli altri Stati di dimensione comparabile
(Francia, Spagna) presentano valori non dissimili: ogni 100 mila abitanti in
Italia ci sono 1,6 parlamentari, in Francia 1,4 e in Spagna 1,3.
Una posizione particolare presentano invece il Regno Unito (2,4 parlamentari
ogni 100mila abitanti) e la Germania ( 0,8 parlamentari ogni 100 mila abitanti)
Al di là dei
numeri (troppi, troppo pochi?) la valutazione sul giusto numero di parlamentari
per il nostro Paese dovrebbe essere preceduta
da una riflessione sulla rappresentanza: chi o che cosa si vuole
rappresentare? Come? Per esercitare quali competenze?
Invece, tanto la critica all’attuale numero di parlamentari previsto nel
nostro Parlamento, quanto la determinazione del numero di senatori proposta
nella riforma, non appaiono affatto impostati partendo da riflessioni sulla
rappresentanza democratica, né su come migliorare la selezione dei parlamentari
per provare a riformare un ceto politico ridotto ormai a rappresentanza delle
oligarchie partitiche e non dei cittadini.
Esse sembrano piuttosto il frutto di un diffuso sentimento antiparlamentare
(con ragionamenti del tipo: il Parlamento in fondo non serve, quindi meglio
ridurre il più possibile il numero di parlamentari che gravano sui
contribuenti) e di una scelta finale casuale: il progetto del Governo prevedeva
122 senatori “rappresentativi” e 21 senatori nominati dal Presidente della
Repubblica; il testo attuale prevede invece 95 senatori “rappresentativi” e 5
senatori nominati dal Presidente della Repubblica.
Invero, se la funzione del Senato è quella di rappresentare le autonomie
territoriali, di tutelare le competenze regionali e di rappresentare le istanze
degli enti regionali (e non direttamente il corpo elettorale della regione), allora il numero
di componenti si può ragionevolmente ridurre e il rapporto
popolazione/rappresentanti può essere alterato anche molto, magari anche
assegnando un numero fisso e uguale di rappresentanti ad ogni ente territoriale
a prescindere dalla loro consistenza demografica. Ma la riforma non sposa
questa logica, riduce solo i numeri dei senatori (e le competenze delle
regioni): i nuovi senatori infatti non rappresenteranno la Regione da cui
provengono, ma le forze politiche che li hanno selezionati e riprodurranno,
dentro al Senato, la composizione partitica dei Consigli regionali, senza
nemmeno essere vincolati (come invece avviene in Germania col vincolo di
mandato) alle direttive della propria regione.
5. L’esempio delle Province: abolire tutto per non
abolire niente, o meglio per abolire soltanto il diritto dei cittadini di
essere rappresentati nelle istituzioni
La retorica dell’inutilità dell’istituzione e della necessità di tagliare i
costi eccessivi della politica che accompagna la riforma del Senato ha sorretto,
prima ancora, la riforma delle Province sfociata nella legge 56 del 2014 (c.d.
Legge Delrio). Essa prevede il trasferimento delle funzioni delle Province alle
Regioni e ai Comuni (in vista del loro definitivo superamento che avverrà con
la riforma costituzionale) e la soppressione dell’elettività diretta delle
cariche provinciali, sostituita da una elezione di secondo grado da parte dei
sindaci e dei consiglieri dei Comuni compresi nella Provincia.
Ad un anno dalla sua entrata in vigore, la relazione della Corte dei Conti al Parlamento disegna un quadro piuttosto negativo: oggi le Province in sostanza continuano a
fare quel che facevano prima della riforma; i servizi erogati non sono infatti venuti
meno con l’abolizione dell’elettività degli organi. Anche i costi non si sono
ridotti: il personale non è infatti scomparso, ma andrà semmai trasferito (col
rischio che se verrà trasferito alle Regioni avrà un trattamento retributivo
superiore, altro che tagli!), né le funzioni da esercitare, che costano come
prima.
A fronte dunque di un modesto risparmio realizzato sullo stipendio dei componenti
degli organi Provinciali, i cittadini hanno pagato il prezzo altissimo di
perdere il potere di scegliere direttamente chi deve gestire i loro servizi e
il loro territorio.
6.
E quanto
costano i nostri Governi?
La critica sui costi della politica si concentra sempre sulle istituzioni
parlamentari, mentre trascura di rivolgere la stessa indagine sul Governo.
L’istituzione Governo gode di “buona stampa” e non viene percepita come
sprecona.
Eppure i numeri degli Esecutivi dell’era del bipolarismo e dei “Governi
eletti” dovrebbero fare riflettere sul rischio “elefantiasi” che investe questa
istituzione: un sistema che si regge sulla fedeltà al Capo anziché sul rapporto
rappresentativo con gli elettori deve necessariamente accontentare molti appetiti.
Per esempio, il Governo Renzi si compone di ben 64 membri tra ministri,
viceministri e sottosegretari… quasi una terza Camera, altro che bicameralismo!
E quanto ai costi, i Ministeri spendono sempre di più e non c’è alcuna reale
volontà politica di realizzare l’ormai famigerata spending review.
Le spese del Segretariato generale di Palazzo Chigi sono lievitate fino alla cifra (nel 2014) di 754 milioni di euro… roba da far
impallidire qualunque Senato!
martedì 15 marzo 2016
Una riforma storica ? Falso ! Una riforma conservatrice
Una riforma conservatrice, che
non fa altro che costituzionalizzare quanto avviene da anni, vale a dire il
predominio dell’Esecutivo sul Parlamento.
Da vent’anni assistiamo
infatti alla marginalità assunta nelle Camere dal confronto politico,
schiacciato dall’abuso della decretazione, dai maxiemendamenti, dall’uso
continuo e strumentale della fiducia, dai tempi di discussione contingentati.
Tutto sembra volersi ridurre a procedura, quasi che il nostro Parlamento non
sia più rappresentativo di interessi reali.
Le
statistiche ci dicono
* che
su 10 atti che diventano legge, 8 sono di iniziativa del
Governo e solo 2 del Parlamento; * che le leggi di iniziativa parlamentare necessitano del triplo del
tempo rispetto ai provvedimenti di iniziativa governativa: 233 giorni contro 109 nella attuale legislatura con i
Governi Letta e Renzi;
* che le iniziative del governo hanno una percentuale di
successo molto più alta rispetto a quelle dei parlamentari, 32% vs. 0,87%;
* che lo spazio del Parlamento nelle produzione legislativa è
reso ancor più misero dal ricorso al voto di fiducia dal parte del Governo: con Letta nel 27,78% delle leggi, con Renzi nel 31,01%.
* che le leggi più
importanti sono di iniziativa governativa: provvedimenti economici, riforme,
modifiche costituzionali, politica estera.
Con la riforma costituzionale aumenterà
lo spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’esecutivo. Spetterà infatti
alla sola Camera dei deputati dare la fiducia al governo, ma si tratterà di una
Camera priva di legittimazione popolare, perché eletta con una legge
elettorale, il cui unico scopo è quello di assicurare comunque una maggioranza
artificiale.
Ballottaggio, premio di
maggioranza alla singola lista, soglie d’accesso, voto bloccato su capilista
consegnano la Camera nelle mani del leader vincente anche con pochi voti,
secondo il modello dell’uomo solo al comando. La competizione elettorale verrà totalmente sradicata
dalle circoscrizioni elettorali locali e si svolgerà necessariamente come una competizione
tra i leaders: la scelta reale avverrà tra i Renzi, i Grillo, i Berlusconi, i
Salvini ecc
Il voto sarà un plebiscito per il capo, che si trascinerà dietro
i parlamentari. In questo modo la legittimazione politica dei parlamentari, la
loro capacità di essere interpreti dei loro elettori verrà ridotta a zero. La
stessa loro carriera, la loro riconferma non sarà in base al giudizio che gli
elettori daranno su di loro, ma dipenderà sul giudizio sul leader, per cui dal
giorno dopo, in una Camera con maggioranza bulgara sempre e comunque, saranno
in cerca dell’altro soggetto che garantisca loro la rielezione e saranno fedeli
al leader finché quel leader sarà popolare.
A conferma di quanto è già avvenuto negli ultimi due
anni e mezzo: 325
migrazioni tra Camera e Senato in poco più di due anni e mezzo, per un totale
di 246 parlamentari coinvolti.
mercoledì 9 marzo 2016
Il nuovo Senato ci allinea al Senato Tedesco (dicono). E' Falso !
Il contesto istituzionale tedesco è radicalmente diverso da quello italiano:
la Germania è uno stato federale in cui i Lander sono stati
sovrani. Al contrario, noi siamo un ordinamento debolmente
regionale con poche competenze in materia legislativa e amministrativa: tranne
la sanità che è decentrata, tutte le altre amministrazioni statali sono
accentrate.
Il Bundesrat (operante sin dalla Costituzione imperiale del 1870, tranne la parentesi
hitleriana) è composto dai delegati dei governi dei vari
Länder. Ogni Land può avere da un minimo di 3 ad un massimo di 6 delegati a
seconda della popolazione.
Al numero di delegati di ogni Land corrisponde
il numero di voti che questo può esprimere.
I cittadini dei singoli Länder eleggono il Governo del Land, ma non indirettamente il Bundesrat; i senatori tedeschi, totalmente spoliticizzati, non sono elettivi perché non rappresentano il popolo, ma gli enti regionali. Sono inviati dai governatori con vincolo di mandato e obbligo di votare come deciso dalla regione: tutti i voti di un singolo Land devono essere concordi, pertanto non è possibile che i rappresentanti di uno stesso Land esprimano voti tra loro contrastanti.
I cittadini dei singoli Länder eleggono il Governo del Land, ma non indirettamente il Bundesrat; i senatori tedeschi, totalmente spoliticizzati, non sono elettivi perché non rappresentano il popolo, ma gli enti regionali. Sono inviati dai governatori con vincolo di mandato e obbligo di votare come deciso dalla regione: tutti i voti di un singolo Land devono essere concordi, pertanto non è possibile che i rappresentanti di uno stesso Land esprimano voti tra loro contrastanti.
Il
Bundesrat ha potere di veto su tutta la legislazione che riguarda le competenze
regionali, che sono moltissime. La sua capacità di interdizione è tale che per
superare i casi di stallo su materie attribuite alla legislazione concorrente
stato/regioni (materie che possono determinare conflitti interpretativi, in cui
è difficile stabilire cosa è principio e cosa dettaglio) è previsto un comitato
di conciliazione per raggiungere un compromesso. Questo anche tenendo conto che
spesso Bundestag e Bundesrat hanno maggioranze diverse.
Il
nostro Senato non sarà così in quanto i o senatori eletti dai consigli o dai
cittadini (la formulazione ambigua del testo riformato non permette di
risolvere la questione) saranno rappresentanti degli interessi politici dei
cittadini e i seggi attribuiti in proporzione alla composizione partitica dei
singoli consigli regionali.
Rispetto poi al potere dei
Lander, quale forza potrà mai avere il nostro Senato nei confronti dello Stato
centrale? Chi aprirà conflitti
veri sulla questione risorse, la cui disponibilità è rimessa al governo?
mercoledì 2 marzo 2016
Una riforma che emargina il parlamento
Una riforma conservatrice, che
non fa altro che costituzionalizzare quanto avviene da anni, vale a dire il
predominio dell’Esecutivo sul parlamento.
Da vent’anni assistiamo
infatti alla marginalità assunta nelle Camere dal confronto politico,
schiacciato dall’abuso della decretazione, dai maxiemendamenti, dall’uso
continuo e strumentale della fiducia, dai tempi di discussione contingentati.
Tutto sembra volersi ridurre a procedura, quasi che il nostro Parlamento non
sia più rappresentativo di interessi reali.
Le
statistiche ci dicono * che su 10 atti che diventano legge, 8 sono di iniziativa del
Governo e solo 2 del Parlamento; * che le leggi di iniziativa parlamentare necessitano del triplo del
tempo rispetto ai provvedimenti di iniziativa
governativa: 233 giorni contro 109 nella attuale legislatura
con i Governi Letta e Renzi non sia più
* che le iniziative del governo hanno una percentuale di
successo molto più alta rispetto a quelle dei parlamentari: 32% vs. 0,87%.
* che lo spazio del parlamento nelle produzione legislativa è
reso ancor più misero dal ricorso al voto di fiducia dal parte del Governo: con Letta nel 27% delle leggi, con Renzi nel 34%.
* che le leggi più
importanti sono di iniziativa governativa – provvedimenti economici, riforme,
modifiche costituzionali, politica estera; all’iniziativa parlamentare restano
aspetti secondari e quasi di routine.
Con la riforma costituzionale aumenterà
lo spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’esecutivo. Spetterà infatti
alla sola Camera dei deputati dare la fiducia al governo, ma si tratterà di una
Camera priva di legittimazione popolare, perché eletta con una legge
elettorale, il cui unico scopo è quello di assicurare comunque una maggioranza
artificiale. Ballottaggio, premio di maggioranza alla singola lista, soglie
d’accesso, voto bloccato su capilista consegnano la Camera nelle mani del
leader vincente, anche con pochi voti, nella competizione elettorale, secondo
il modello dell’uomo solo al comando.
Con il premio di maggioranza la competizione elettorale verrà
totalmente sradicata dalle circoscrizioni elettorali locali e si svolgerà
necessariamente come una competizione tra i leaders: la scelta reale avverrà
tra i Renzi, i Grillo, i Berlusconi, i Salvini ecc
Il voto sarà un plebiscito per il capo, che si trascinerà dietro
i parlamentari. In questo modo la legittimazione politica dei parlamentari, la
loro capacità di essere interpreti dei loro elettori verrà ridotta a zero. La
stessa loro carriera, la loro riconferma non sarà in base al giudizio che gli
elettori daranno su di loro, ma dipenderà sul giudizio sul leader, per cui dal
giorno dopo, in una Camera con maggioranza bulgara sempre e comunque, saranno
in cerca dell’altro soggetto che garantisca loro la rielezione e saranno fedeli
al leader finché quel leader sarà popolare.
A
conferma di quanto è già avvenuto negli ultimi due anni e mezzo: 325
migrazioni tra Camera e Senato in poco più di due anni e mezzo, per un totale
di 246 parlamentari coinvolti.
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